Tessitura Luigi Bevilacqua, viaggio nella Venezia settecentesca

2 marzo 2020 Sumo Senza categoria

di Isabel Musoni e Giovanna Longobardi
nell’ambito del progetto Giovani Talenti 2 realizzato insieme alla Cooperativa Sociale Sumo per il Comune di Venezia all’interno dei Piani Giovani 2019/2020

 

Meraviglia, pazienza e soddisfazione.” Queste le tre semplici parole con cui una tessitrice descrive il suo complesso lavoro. Un’attività antica e affascinante che ancora oggi si può ammirare alla Tessitura Luigi Bevilacqua, celebre azienda tessile veneziana, teatro di incredibili creazioni.

Abbiamo avuto l’opportunità di visitarla, noi, Isabel e Giovanna, lo scorso 22 gennaio, accolte e accompagnate da Alberto Bevilacqua, trisnipote del fondatore, Luigi Bevilacqua.

La sede, situata nel sestiere di Santa Croce, affacciata sul Canal Grande, è adornata da magnifici tessuti dai mille colori e disegni, mentre gli antichi telai affiancano il corridoio che ci troviamo a percorrere durante la visita.

 

L’azienda nasce ufficialmente, sotto forma di impresa, nel 1875. Ci sono però dei documenti, portati alla luce proprio da una studiosa del tessuto, la professoressa Doretta Davanzo Poli, che attestano la famiglia Bevilacqua attiva nel settore tessile a partire dal quattrocento. I telai utilizzati all’interno della tessitura, invece, erano di proprietà della Scuola della Misericordia, fatta chiudere da Napoleone all’inizio del 1800.

La lavorazione, come abbiamo avuto l’occasione di apprezzare, è interamente manuale, con le stesse tecniche e strumenti utilizzati ai tempi della Serenissima. La produzione, di conseguenza, risulta piuttosto lenta. Parliamo, in media, di alcune decine di centimetri di tessuto al giorno per tessitrice.

Non solo: spesso preparare un telaio per una determinata produzione può richiedere tempi notevoli, anche mesi di lavoro. Bisogna andare ad attaccare i fili di seta uno a uno sul telaio con la gomma arabica. Poi magari bisogna fare un nuovo disegno, e quindi battere le schede, o tingere la seta perché il cliente vuole un colore particolare. “Noi produciamo ancora – aggiunge Alberto – il filo d’oro, per qualche cliente; una volta a Venezia esisteva proprio l’industria auro-serica.”

L’unica cosa che viene fatta semi-industrialmente è la battitura dei cartoni dei telai jacquard, tra i primi computer della storia poiché vanno a leggere delle schede perforate che andranno poi a creare il disegno.

Attualmente la tessitura produce esclusivamente velluti. “Una volta – ci spiega Bevilacqua – venivano prodotte varie tipologie di tessuti. Abbiamo voluto continuare solamente la produzione di velluto perché è proprio una tradizione veneziana.”

Questo pregiato tessuto, inventato intorno al 1300, infatti, è stato portato a Venezia da profughi lucchesi che, a causa delle persecuzioni politiche all’epoca dei Guelfi e dei Ghibellini, hanno chiesto asilo politico e sono stati ben accetti poiché hanno insegnato ai veneziani la tessitura del velluto, diventata ben presto importantissima per la città. Venezia, difatti, nel 1500, contava circa 6000 telai, migliaia di persone occupate in questa attività e il fiorente commercio dei rinomati velluti veneziani.

Come le tessitrici del tempo, le tessitrici dei Bevilacqua azionano gli antichi telai e tenendo in mano un piccolo strumento, chiamato “remotto”, che presenta all’interno una lametta, con il quale andranno a tagliare la seta, creano il caratteristico tessuto. Grazie a una coppia di lunghi ferri, invece, si va a creare il cosiddetto effetto del “soprarizzo”: la seta “più alta”, che assume anche un aspetto cromatico più scuro, costituisce il velluto tagliato, mentre l’altro livello è il riccio. In questo modo il velluto presenta tre dimensioni (il fondo, il riccio e il tagliato) e delle varianti cromatiche poiché la stessa seta assume colorazioni diverse.

 

 Celebri collaborazioni e prestigiosi restauri

“Noi produciamo essenzialmente – spiega Alberto –  per l’arredamento. Adesso però c’è stato un ritorno molto importante del velluto nell’alta moda.” La Tessitura Bevilacqua ha infatti lavorato per Christian Dior, Valentino, Gucci per le borse, Dolce e Gabbana, con cui collabora da oltre vent’anni, anche per vestiti da uomo, e prodotto velluto per abiti indossati da Sierra Miller, Monica Bellucci, Bianca Brandolini D’Adda.

La tessitura ha inoltre realizzato il velluto per le sedie delle residenze private del Cremlino. “Hanno tolto il tessuto originale prodotto nel 1700 e hanno voluto che lo rifacessimo con le stesse caratteristiche tecniche.” Oppure ancora, predisposti tre telai, hanno prodotto in due anni e mezzo 740 metri di velluto per il Palazzo reale di Dresda, completamente distrutto nel tristemente famoso bombardamento durante la seconda guerra mondiale.

“Noi avevamo fatto in origine – racconta Bevilacqua – i tessuti del teatro La Fenice. Dopo l’incendio hanno ricostruito in maniera abbastanza industriale e non hanno più utilizzato gli artigiani veneziani, anche perché se si vuole fare una cosa con tempi abbastanza rapidi, bisogna rivolgersi a delle strutture industriali.”

 

Concorrenza e tutela della tradizione

“Noi siamo gli ultimi testimoni – afferma Alberto – di questo tipo di produzione, perché adesso si è passati a delle produzioni di natura industriale. La concorrenza è quasi nulla perché c’è un’altra piccola tessitura nella riviera ligure, alcune in Francia, ma noi nel nostro piccolo, siamo la più grande tessitura manuale in Europa.”

In Francia, nonostante ci siano parecchie tessiture, non c’è più la manodopera, perché è mancata, negli anni, la trasmissione della conoscenza. Per la Tessitura Bevilacqua è stato infatti fondamentale tenere delle vecchie tessitrici affinché insegnassero il loro savoir-faire a quelle nuove. “Altrimenti – sottolinea Bevilacqua – non si è più in grado di esercitare queste attività artistiche. É successo e sta succedendo: penso a Murano, per esempio, o al merletto. Diventano produzioni più industriali ed è un’altra cosa. Il nostro poi è uno sforzo non indifferente nel senso che i nostri sono telai complicati, anche solo per le dimensioni, se si rompe un pezzo, non c’è il pezzo di ricambio, devi rivolgerti al falegname, al fabbro e così via.”

Apprendiamo inoltre che da parte delle autorità veneziane non vi è un grande interesse per salvaguardare realtà come la Tessitura Luigi Bevilacqua. “Bisogna arrangiarsi, andare avanti con i mezzi propri. Non vogliamo gli aiuti, ma che magari ti dessero qualche lavoro da fare. È successo raramente: la presidenza della provincia tanti anni fa, le sale del Casinò. I costi poi di tenere in piedi un’attività a Venezia, con tutti i problemi che ci sono, sono molto maggiori. Però è importante perché messa qui ha un certo valore, se la metti a Porto Marghera, cambia.”

 

Artigianato e tecnologia, amici o nemici?  

Come ci spiega Bevilacqua, la tecnologia aiuta le aziende artigiane come la loro soprattutto in quella che è la fase della presentazione del prodotto. “Una volta la gente doveva venire qui, adesso guardando il sito internet, dove mettiamo anche dei filmati della produzione, può rendersi conto di ciò che facciamo e quindi capire e giustificare il prezzo che determinati prodotti hanno.”

Anche attraverso i social media, la tessitura ha sempre più visibilità. “Sanno della nostra esistenza cosa che una volta non si sapeva. Adesso abbiamo sempre più visite, più notorietà, andiamo nelle televisioni, nei giornali, nei documentari.”

 

Artigiano e mondo contemporaneo, un paradigma che funziona?

“Adesso l’artigianato – suggerisce Alberto – viene anche rivalutato. L’anno scorso, per esempio, hanno fatto una mostra molto importante, chiamata Homo faber, all’isola di San Giorgio. Questa manifestazione tende proprio a mettere in rilievo la figura dell’artigiano, una via di mezzo fra colui che fa un’attività manuale e l’artista.”

Del resto, come ci fa osservare Bevilacqua, la loro tessitura si inserisce in un discorso più ampio, che riguarda tutta l’arte in generale. L’Italia vanta il 70% circa del patrimonio artistico mondiale, non così raramente, però, la maggior parte delle opere finisce nelle cantine dei musei.

“Un futuro dell’artigianato – conclude Alberto Bevilacqua – potrebbe esserci, però non è facile. Tuttavia in questo mondo in cui tutto diventa sempre più massificato, comincia a esserci un’élite di persone, che può avere anche solo la disponibilità economica, però magari anche valori culturali, che sa apprezzare determinati prodotti.”

 

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