Intervista al Maestro e all’allievo

19 marzo 2020 Sumo Senza categoria

PARTE I

INTERVISTA AL MAESTRO

Quando siamo entrati nella bottega, Saverio Pastor era girato di spalle, chino su un remo. Appena ci ha visti entrare, ha interrotto il suo lavoro e si è presentato con un sorriso cortese, ma stanco. Si è appoggiato sul tavolo di legno alla sua sinistra e, in silenzio, ha aspettato. A quel punto, è sorta spontanea la domanda.

Sappiamo che sono sorti alcuni problemi a causa dell’“Acqua Granda”. Com’è la situazione adesso?

Di problemi ce ne sono stati; per esempio, uno dei macchinari è diventato inutilizzabile. Poi, sapete, l’acqua è salita e scesa e più volte abbiamo dovuto svuotare la bottega, aspettare che la marea scendesse e poi pulire.

Il maestro si ferma per un attimo e guarda altrove. Pensiamo abbia già concluso la risposta, però continua.

Ma il vero problema è un altro: è lo stato d’animo che l’acqua alta ti lascia. L’incertezza sul futuro pervade Venezia. Oggi siamo qui, domani chissà.

In terraferma la figura del remèr è poco conosciuta e si sa ben poco della sua importanza storica e culturale.

La “cura del remo” è un’arte nata con e per Venezia.

Il remèr è il carpentiere specializzato che trae dal legno le forme dei remi e delle forcole. Pastor ci ha detto che all’epoca, essendo diffuso, era addirittura un mestiere scontato, mentre ora desta stupore.

In che modo è cambiato il suo lavoro rispetto a quando ha iniziato?

Avevo un maestro che sembrava uscito dal Medioevo. Entravo in bottega e mi pareva di fare un salto di cento anni. I sistemi erano antichi e noi abbiamo apportato qualche modifica, ma i principi costruttivi sono gli stessi: la manualità, la personalizzazione… e poi c’è sempre il rapporto biunivoco fra artigiano e richiedente. L’artigiano costruisce attorno alla richiesta la forcola, o il remo.

Dati i tempi che avanzano sente la necessità di pubblicizzare la sua attività?

Guardando l’allievo, il maestro sorride ironico, come se ne avessero già discusso tra loro. Poi risponde.

“Eh, forse dovremmo. In realtà, esiste già El Felze [1] ... non sapete cos’è? Male, molto male.”

El Felze è un’associazione che “dà voce al corale dispiegarsi dei mestieri che crea il sistema gondola”. Si occupa di promuovere la conoscenza delle arti della gondola e diffonderne la tradizione, attraverso incontri culturali e varie iniziative, fra cui visite alle botteghe come quella di Pastor, che ospita dieci scolaresche all’anno.

Cosa consiglierebbe a un ragazzo, o ragazza che vuole diventare remèr?

Adesso c’è meno lavoro, quindi è più difficile assumere apprendisti. Un’apprendista è una mano in più, ma anche un investimento: si mira ad assumerlo in seguito, ma apprendere il mestiere è difficile e il maestro deve dedicarci del tempo.

Ora ci sono cinque remèri in tutto, di cui tre lavorano da soli. Questa in confronto sembra una fabbrica. Io sono fortunato, perché a lavorare siamo in due.

Guarda attorno a sé, la bottega e l’allievo, e allarga le braccia. La “fabbrica” di cui parla ha ben poco di industriale. Il grigiume ha lasciato spazio al calore del legno, il macchinario a scalpelli e seghetti. Solo ora realizziamo che ogni remo e forcola attorno a noi è stata plasmata a mani nude. Iniziamo a comprendere la sensazione di un viaggio nel passato. Il tempo sembra essersi fermato di fronte alla tradizione.

Crede che il mestiere di remèr continuerà ad esistere?

Sì, o almeno a Venezia… se rimarranno abitanti. Se penso al remér, penso a Venezia. (+) Tuttavia, esistono molti appassionati in Italia e all’estero, che spesso sono i nostri maggiori clienti. Ad esempio, negli Stati Uniti, ci sono centocinquanta gondolieri.

Rifarebbe tutto daccapo?

Bella domanda.

Il maestro sospira, ma risponde con fermezza.

Sì. Questa è un passione. Ho iniziato a sedici anni e mezzo da apprendista di Giuseppe Carli. Pensavo che non avrei mai imparato. “Sei troppo vecchio”, mi ripeteva, “non imparerai mai”. E alla fine, la frustrazione dell’apprendista è costante. Non si smette mai di imparare, anche da maestri. Inoltre, per i vecchi maestri l’allievo era sia una risorsa sia un danno, dal momento che costituiva una forza lavoro in più, ma in breve tempo poteva diventare un concorrente. Il mio maestro non mi hai mai insegnato direttamente, ero io a dover avere la scaltrezza di cogliere qualche segreto del mestiere.

Ora come all’epoca, questo mestiere non porta guadagno. Ecco, ai giovani direi questo: con questo mestiere non si diventa ricchi, ci si permette il lusso di fare un mestiere che piace.

PARTE II

INTERVISTA ALL’ALLIEVO

Nel frattempo, Pietro Meneghini non ha smesso di lavorare e il suono del carteggio sul remo

Cosa le ha fatto scegliere il mestiere di remèr?

È cominciato tutto con la passione per le barche, sin da quando da piccolo mi hanno regalato una barca di legno. Dopo il diploma ho frequentato un corso per la costruzione di barche. Per caso ho scoperto che Saverio cercava un apprendista. Pensavo che non avrei mai imparato. Mi ha messo davanti una forcola e mi ha detto “carteggiala”. Ora non è più come una volta, l’ambiente lavorativo è più piacevole. Il maestro Carli addirittura si nascondeva dai suoi allievi quando doveva impostare una forcola, la parte più complessa della lavorazione. Ogni apprendista era lasciato a sé. Qui è diverso, se sono ancora qui significa che il mio maestro è paziente.

Come si giunge dal legno grezzo alla forcola?

Si parte da tronchi di alberi da frutto essiccati. Principalmente noce, oppure pero, di colore più chiaro, o ciliegio, più tenero. Qua in bottega il primo passaggio, che è anche il più complesso, consiste nel taglio grezzo con la sega a telaio, per poi rifinire al meglio la forcola con sega a nastro, ascia e ferro a petto.

Lei, invece, riterrebbe conveniente pubblicizzare la vostra bottega?

La pubblicità moderna non renderebbe giustizia alla cura del remo. Non può essere prodotto in serie perché perderebbe il proprio valore. La pubblicità moderna non può funzionare perché per apprezzarlo ci vuole sensibilità estetica e culturale; infatti, i nostri maggiori compratori sono francesi ed europei di grande cultura. Certo è che il turismo aiuta molto e porta qui appassionati stranieri di voga alla veneta. Per fortuna, tra i concorrenti, Pastor è il più conosciuto. A un gondoliere le forcole durano 20/25 anni, a chi voga occasionalmente anche una vita intera.

Il maestro Giuseppe Carli si era già reso conto che la forcola poteva diventare un elegante elemento d’arredo. Ancora oggi noi viviamo anche di questo: spesso, coloro che ne riconoscono la bellezza acquistano forcole a questo scopo. È in linea con il concetto di design: non è utile, ma è bella da vedere. E, in effetti, guardate: sono bellissime.

Pietro accompagna il nostro sguardo verso delle forcole già terminate ed esposte. (sinuosa eleganza)

Dopo l’acqua alta vi siete sentiti sostenuti in qualche modo?

L’associazione El Felze ha raccolto donazioni per le botteghe maggiormente danneggiate, ma si tratta comunque di cifre simboliche. Quell’ondata di solidarietà noi non l’abbiamo sentita. Ogni ora di lavoro per un artigiano costa e abbiamo perso in tutto dieci giorni. Il maestro è arrabbiato per la mancanza di sensibilità dovuta alla situazione dei residenti in relazione al turismo di massa.

Proprio in relazione al turismo, crede che anche il suo mestiere rischi di assumere la facciata di “vecchia arte”?

Impossibile, non siamo pagati come figuranti, ma per il nostro lavoro. È innegabile che di riflesso viviamo di turismo; alla fine i gondolieri chi trasportano?

E lei, rifarebbe tutto dall’inizio?

Sì, ormai è difficile essere partecipi della creazione di un prodotto dal materiale grezzo alla vendita. Il prodotto finale è connesso all’artigiano e, come ogni arte, ha una parte di lui in sé.

Eppure, al giorno d’oggi, l’artigianato non si annovera più fra le arti riconosciute e generalmente apprezzate, poiché è opinione comune che non riesca a reggere il confronto con l’espressività e l’immediatezza dell’arte contemporanea; tuttavia, uno sguardo più attento può cogliere ciò che è insito nell’opera dell’artigiano, che non è semplice oggetto, ma vera opera d’arte, poiché racchiude nella sua essenza anni di evoluzione artistica e personale.

Ora con l’ascesa della produzione in serie, il mestiere di artigiano è stato escluso dal grande mercato, in quanto meno conveniente. Eppure, il prodotto dell’artigiano di fronte a questa sfida non ha perso valore, ma viene esaltato nella sua unicità.

[1] el felze: era la cabina mobile posta al centro della gondola, riparo dei passeggeri d’inverno, di notte, o in caso di pioggia e vento.

L’intervista è stata realizzata da Lisa Spolaor e Giovanni Lazzarini all’interno del progetto “Giovani Talenti 2”, organizzato dalla Cooperativa Sociale Sumo per il Comune di Venezia nell’ambito dei Piani Giovani 2019/2020.

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